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Del rientro

La miglior accoglienza possibile sono i sorrisi, l’ascolto e l’attenzione. Questo vogliono i bambini, in questo credono e sperano. Arrivano un po’ stropicciati ma con quel lampo negli occhi: “Mae… sapessi…” sembrano dire. E raccontano episodi che sembrano banali ma che ai loro occhi sono sembrati eccezionali, unici, perché vissuti intensamente con le persone giuste per loro in quel momento. Momenti, sprazzi, immagini che sono rimasti lì, negli angoli della memoria. E noi ad ascoltarli, uno alla volta…

Si capisce molto della loro vita e dei loro vissuti ascoltandoli. Poi, piano piano…vogliono mostrarti, farti “vedere”. Disegnano, colorano per mostrarti i particolari. “Guarda mae, che bel granchio ho catturato!”. Lo confesso: nonostante i molti anni di esperienza non sono mai riuscita ad “attaccarmi” ai loro ricordi per tirarci su una lezioncina. Mi manca proprio la forza, il coraggio. Quel granchio lì, in quel momento, significa altro. Non è solo un animaletto arancione con le chele. Profuma ancora di estate, di mare, di ricordo. E i ricordi, si sa, non vanno ritoccati, smontati e sviscerati come in una sala operatoria. Mi sta mostrando il SUO granchio, quello bello bello che ha preso con papà dopo una strenua caccia.

“ Bellissimo Luca! Raccontami…poi l’hai liberato? “

“Sì mae. L’ho lasciato libero, poverino…”

“Anch’io lo avrei fatto, hai fatto bene”

Sorridono compiaciuti. Sono ascoltati, compresi, accolti. Va benissimo così.

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Pubblicato in: Riflessioni

A proposito di social media

L’estate è la stagione delle belle foto, più o meno “ad effetto”, che ci ritraggono più felici (forse), più abbronzati e riposati (sicuro!) Ho letto critiche sotto il selfie di un noto intellettuale. I commentatori si mostravano stupiti per questa caduta di stile, a loro dire. Da qui una riflessione: quando postiamo foto nostre, lo facciamo esclusivamente perché i nostri contatti ci diano conferme di affetto, di apprezzamento, di vicinanza. Non c’è niente di “sbagliato”, credo, perché abbiamo tutti, indistintamente, desiderio di consenso, bisogno di approvazione.

Ci sono giornate e/o momenti che il sentire una parola buona, anche solo virtuale, rivolta a noi, proprio a noi, fa un gran bene. [Sul concetto di “felicità”: quando e perché abbiamo iniziato a pensare che la tristezza sia “da nascondere” per celebrare ogni anche minima soddisfazione come fosse la vittoria della nostra vita? Perché è così rara l’ammissione di un errore o di un fallimento vero? Eppure le parti “noiose” delle vite hanno fascino indiscusso.]

Per tornare alle foto: un’espressione “antica” definiva l’appagamento immediato, “balsamo” per l’anima. Si sa, è fugace. Ma cosa non lo è?

Quando capita perciò di cercarlo questo appagamento, attraverso una foto, consiglio, senza inutili e antipatichelle ritrosie, di ringraziare chi saluta, chi interagisce. È evidente che se pubblichiamo una foto è perché, in quel momento, ci piacciamo ritratti così. Sennò non la pubblicheremo.

Il problema è che, con il passare del tempo quando mi scatta quel desiderio lì, di approvazione, riempio il telefono di foto scartate.

Alzi la mano chi pubblica alla prima.

Ammettiamolo con leggerezza che lì in quella foto siamo proprio venuti bene, che in quel momento “fermato”, oggi, ora, mentre clicchiamo su “invio”, ci piacciamo assai. È molto più simpatico del classico “non ci vedi bene” o “me l’hanno scattata a tradimento”, che, più o meno, abbiamo usato tutti. La pubblicazione non è mai “un caso”.

Domani, magari, ci piaceremo un po’ meno ma va bene così. Significa che siamo già “oltre”, che siamo diversi da ieri, cresciuti e/o rinsaviti. O irrimediabilmente rincitrulliti.

Pubblicato in: In classe

Il ripudio della tristezza

Ci si inganna. L’inganno più doloroso è quello che facciamo a noi stessi quando vogliamo apparire allegri e positivi quando non lo siamo raccontandoci e raccontando mille bugie. Stare bene è un obbligo, ce lo dobbiamo ed essere tristi una “vergogna” da nascondere. La tristezza è dei deboli ed essere deboli, oggi, è talmente out che, addirittura, consigliano di evitarli accuratamente i “tristi”. Allegri e positivi: parole d’ordine. Non sento autenticità, quasi mai, nell’ ostentazione dell’allegria. E la tristezza… s’ha da nascondere perché è pallosa.

Ho imparato che dire sempre “tuttoapposto” funziona solo con chi ci conosce poco o non è interessato a noi.

Ho imparato che mi piacciono le persone che brancolano un po’, a volte tanto, e non esitano ad ammetterlo. Perché brancolare è da tutti, prima o poi. Come piangere. Non è da perdenti. È da vivi.

Pubblicato in: In classe

Gli ultimi

Le nostre scuole si stanno aprendo a realtà sempre più difficili. Bambini che sopravvivono a carenze affettive e materiali ai limiti della tollerabilità. Non solo manifestano ed “emanano” disagio. Loro SONO il disagio vero e incolmabile. Noi insegnanti proviamo ad accoglierli, inserirli: soli, sempre soli. Tutto è lasciato alle nostre capacità umane ed empatiche che, di anno in anno, vengono messe duramente alla prova. Non possiamo sfuggire anche se, a tratti, vorremmo farlo per la nostra salute emozionale. Sto sperimentando il senso biblico dell’espressione “gli ultimi”: bambini lasciati a loro stessi, senza guide, senza genitori, senza cure. Emarginati dentro e fuori. Crescono con una profonda sensazione di esclusione, di non-accettazione alternando momenti di aggressività e iperattività a momenti di chiusura e pianto. Queste sono le vere emergenze educative e credo sia profondamente ingiusto che non siano previsti interventi ed aiuti per la gestione di queste situazioni. Per loro e per noi.