Pubblicato in: In classe

L’anima, gli animatori e i dis-animati

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Non si può certo parlare di ” anima” in modo leggero. Non si fa per rispetto a tutto quel mare di teorie filosofiche che ne hanno sondato anche gli aspetti più reconditi. È una di quelle parole vaghe, astratte, indefinibili e inafferrabili. Parola molto usata ed abusata. Eppure…se uno ha anima, nell’accezione più diffusa, lo vedi, lo “senti”. Non mi soffermerei sui discernimenti filosofico-teologici.

Cuore-passione-energia-impegno.

È una di quelle cose che uno ha o non ha. Nulla da fare. E se uno ce l’ha la mette in ogni cosa che fa, che vive. Nel lavoro e nella vita. A volte rimane anche scottato da questo “metterci l’anima” ma non può farne a meno: ce la mette sempre. È nel suo dna.

Non riesce a controllarla quest’anima strabordante.
Eletta, con auto-candidatura, animatrice digitale mi pongo domande. Non ho grandi abilità e conoscenze tecniche, sono solo appassionatamente curiosa,  ma, dopo i primi momenti di smarrimento, ho capito che proprio non conta. Conta entrare in  classe ogni giorno con entusiasmo e voglia di cambiare qualcosa, conta la volontà di migliorare se stessi e l’ambiente in cui si lavora. Conta la passione. Conta il cuore. E io ce lo metto sempre. Anche quando sbaglio…anzi, soprattutto quando sbaglio perché solitamente accade quando spingo troppo l’acceleratore, quando non riesco a dire no, quando mi carico dei problemi degli altri. E, tutte le volte!, mi ritrovo a ” maledire” questa mia natura che rende la vita più difficile e complicata.

È quell’ anima strabordante che proprio non sa frenarsi.

Inutili i consigli di chi, saggiamente, ti invita alla cautela  e ti rimprovera di non tutelarti abbastanza.

“Educare” deriva da e-ducere, tirar fuori. Si può tentare di educare  se non ci si mette in gioco? Può un bambino imparare se chi insegna non trasmette un po’ di emozione, di coinvolgimento in quello che fa e dice? Difficile mettere “sul piatto” pezzettini di sé. Fuori e dentro la classe. Eppure credo che mettersi in gioco anche emozionalmente sia imprescindibile nell’insegnamento. Tutti noi ricordiamo i prof che…”c’erano”, che si emozionavano, che spiegavano con convinzione e passione la loro materia.

Rifletto, quindi, su chi dovrei animare.

Con alcuni è facile: li incontri, li senti, parli con loro, ti confronti, scherzi ( il dono dell’ironia…prezioso!). Con questi colleghi il gioco è facile…ma gli altri? Quelli che proprio…non ci si fa? Non parlano. Non ridono mai.

” Hanno  problemi…” .

Rispondo sempre, invariabilmente, che i problemi li abbiamo tutti. E spesso chi lotta ogni giorno con problemi grandi ha più ” anima”( rieccola!) degli altri. Chissà perché le persone provate dalla vita hanno, in genere, quel “qualcosa”in più che li rende più umani.

 

I dis- animati  sono perennemente ed esclusivamente preoccupati per l’orario, le retribuzioni, il registro, le verifiche,  la sicurezza, i  diritti ; trascorrono il loro tempo chiusi in aula. Non raccontano mai nulla, parlano poco di loro e delle cose del mondo.

Mi si dice anche che è questione di anzianità di servizio. Non credo proprio. Conosco sessantenni più attivi e propositivi di alcuni trentenni.

Cosa potrei inventarmi per animare i dis-animati? Chiaro che la tecnologia non basta…non serve.

È l’approccio alla vita che “langue”. Poco si può fare.

La tecnologia può solo allungare un po’ le ali. Ma le ali devono necessariamente esserci. Un tablet non animerà mai un dis-animato. Prendiamone atto per evitarci delusioni future…

Autore:

Non ho particolari talenti. Sono solo appassionatamente curioso. Albert Einstein

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