Pubblicato in: Life

Non è più tempo di grembiulini

Ho iniziato con i corredi rosa e celesti per la scuola materna. Ricordo l’emozione provata nella scelta dei grembiulini, dei bavaglini, dei sacchettini e la soddisfazione della nonna e della zia per il ricamo dei nomi sui tessuti.
Sono arrivati poi i grembiuli neri di varie taglie e fogge caratterizzati dai diversi eroi del momento: siamo passati dalle Winks ai Gormiti così…in quello che sembra un batter di ciglia. Invece è il tempo che passa veloce. Ripongo e “riciclo” i grembiulini nell’eterno passaparola delle mamme che quando si tratta di risparmiare un po’, di questi tempi, non disdegnano nulla.
Ora è tempo di libri (ovunque!), di grossi vocabolari ingombranti, di ricariche attaccate a tutte le prese di corrente disponibili.
È tempo di spazi privati dove sai che è giusto non mettere occhio e mano anche se, ogni tanto, questa “mano” ce la devi pur mettere per riuscire a pulire quei pochi metri lasciati liberi dagli zaini e dai borsoni per lo sport. È tempo di accettazione: un pezzettino di te che, come è giusto che sia, diventa sempre un po’ meno tuo. Crescere, maturare dopo una certa età, significa lasciar andare. Perdere. Ecco la ragione del classico struggimento delle mamme;  nasce da una perdita. Dalla presa di coscienza che quegli “affarini” che erano sostanzialmente solo tuoi, non lo sono più. Hanno le loro idee, le loro opinioni, i loro gusti: non indovini più i loro pensieri, non sei più in grado di prevedere le loro reazioni, non riesci più a capire i loro lunghi silenzi e il loro sottrarsi alle manifestazioni di affetto. Li perdi, piano piano, ma inesorabilmente. Loro diventano adulti, “altro da te”, si allontanano e tu lo senti dentro. A tratti con violenza. Non è facile, neppure da descrivere ma la perdita, fisiologica e naturale che sia, resta pur sempre da metabolizzare. Ognuno di noi lo fa come può. Non mi lascio prendere da profondi struggimenti e tento di guardare sempre avanti ma l’esperienza di perdita ti si cuce addosso come un velo. Quando sento quel velo mi rifugio in un angolino, da sola. Perché loro non vedano. Loro devono assolutamente volare e io rimango a guardarli così, con il fiato sospeso a volte, con la paura che quelle ali che ostentano con sempre maggior forza, non reggano, cedano, si rompano. Quelle ali che ho contribuito a costruire: voglio siano forti, robuste e leggere per affrontare la vita con la giusta sicurezza e leggerezza. Che sappiano vedere le cose da più punti di vista, anche dall’alto, senza scendere sempre giù in fondo a impantanarsi nelle profondità piene di dubbi e di problemi. Mi ci sono invischiata spesso in queste profondità ma non credo sia la via giusta: ammiro sempre più ciò che ho sempre detestato. La leggerezza, la superficialità: l’unica via verso la felicità. O una sua parvenza. Meglio non addentrarsi troppo  fra quelle linee confuse e aggrovigliate. È dopo la gravità che si apprende la leggerezza. E se la gravità è la forza che ti consente di andare a fondo nelle cose, di capirle poiché non ti accontenti, è poi la leggerezza che ti consente di capire che in fondo tutti gli abissi sono superficie se visti dall’alto.
Un’altra tappa del mio crescere.

Autore:

Non ho particolari talenti. Sono solo appassionatamente curioso. Albert Einstein

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...