Pubblicato in: In classe

La sedia vicino a me

Si chiama Ahmed. È in quarta dove io “dovrei” insegnare inglese. Scrivo “dovrei” perché, in realtà, di inglese riesco a farne pochino pochino. Cinque/sei alunni con problematiche complesse e diverse tra loro compromettono notevolmente il mio lavoro; per non parlare del fatto che insegnare una lingua in tre ore settimanali è una delle tante assurdità a cui ormai siamo abituati. Non ho soluzioni in tasca, ovviamente. Penso però che, quantomeno, un insegnante “dovrebbe”parlare fluentemente la lingua che insegna e non è così. Non nascondiamocelo. Forse sarebbe il caso di formare adeguatamente prevedendo anche, obbligatoriamente e gratuitamente (e qui è il problema!) soggiorni all’estero per i docenti? Forse occorrerebbe ripensare il curricolo e “spalmare” la lingua sulle diverse discipline? Non so bene come, l’ho detto, ma se in Italia non si imparano le lingue qualche domanda dovremmo porcela. Ho tentato di iscrivermi ad un corso sfruttando la carta docente: mi è stato richiesto il doppio della cifra a disposizione.
Torno ad Ahmed che c’è e non c’è: nel senso che si assenta per mesi perché torna in Marocco. Noi segnaliamo, scriviamo, convochiamo i genitori. Ma lui è tornato; è lì a scuola tra noi. È arrivato nella mia scuola in terza elementare senza saper scrivere neppure il suo nome. Non conosce lettere e numeri e, nonostante la predisposizione di interventi individualizzati, non si vedono grandi miglioramenti. Ha un probabile ritardo, ma noi non possiamo fare diagnosi e la famiglia non si rivolge all’Asl. Noi segnaliamo, scriviamo e convochiamo genitori e Ds ma…lui continua ad essere lì. In classe. Frustrato, perché ha capito di non riuscire a fare molto di più di un disegno, ben colorato, a dir la verità!. All’inizio disturbava molto facendo continui dispetti. Ora appare rassegnato e… triste. Io entro in classe solo per poche ore e lui è felice di vedermi. Ho provato a coinvolgerlo almeno con le canzoncine sperando in un senso del ritmo che..non ha. Nulla da fare. Non impara ne’ memorizza neppure quelle. Vuole solo stare seduto vicino a me: disegna, colora, mi prepara sorprese. Gli ho spiegato la procedura per fare una semplice barchetta con un foglio di carta ed ora mi riempie la borsa di barchette variopinte con variazioni sul tema: aggiunge”alberi”, vele e boe ma non le nomina neppure. Ne’ in italiano ne’ in inglese. Ora io devo valutarlo. Cosa scrivo? Relaziono le sue difficoltà, ribadisco le varie responsabilità, mi indigno quanto basta anche per le sue “incolpevoli” condizioni igieniche ma….lui è lì! Vicino a me e, raramente, mi sorride. Non vorrei mettergli un voto. Quindi? Nessuno risponde perché, si sa, la scuola la fa chi la vive non chi ne parla. I problemi veri bussano alla nostra porta e trascendono la scuola e i suoi sistemi. Cosa farà Ahmed che, a malapena, sa scrivere il suo nome? Che è già arrabbiatissimo con la vita? Che sente tutto il peso della sua diversità? E la scuola? Può “qualcosa” questa scuola?
O forse…questo mondo? Realtà lontane anni luce stanno emergendo con sempre maggior frequenza nelle nostre scuole e, come al solito, le uniche misure per affrontarle sono completamente demandate all’umanità, all’empatia e alla disponibilità dei singoli insegnanti. Tanto per non intaccare lo stereotipo che vuole l’insegnamento come una missione.
Ora mi si richiede di riempire una detestabile, assurda casella con un voto falso, falsissimo che mi offende per la mancanza di senso. Dare un senso alle azioni (tutte!) potrebbe essere un buon punto di partenza. E il prossimo anno quella sedia continuerà ad essere occupata, a tratti, da un bambino che ha solo pochissime consapevolezze: l’insegnante che lo accoglie e… le barchette colorate.

Autore:

Non ho particolari talenti. Sono solo appassionatamente curioso. Albert Einstein

3 pensieri riguardo “La sedia vicino a me

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