Pubblicato in: In classe

Feroce-mente

Alla mia innata e, a tratti, faticosa “ferocia” critica con me stessa.
A questo io troppo narrante e troppo tutto, tanto che mi ritrovo in giorni in cui mi divento così antipatica da detestarmi. Dalla testa ai piedi. A questi limiti così maledettamente umani che accolgo negli altri come un valore e in me come imperdonabili difetti.
A quei momenti in cui non mi riconosco perché mi trovo insopportabilmente imperfetta e divento feroce con me stessa.
A questa mia adorabile e detestabile imperfettibilità con cui convivo da sempre e con cui combatto ogni giorno.

Pubblicato in: In classe

Parole non-parole

Fraintese o incomprese, poco importa. Ho cercato e scelto con cura le parole spese cercando di essere autentica come loro. Credo di esserci riuscita quasi sempre.

Il solito rammarico nei confronti di coloro, pochi, che, invece, non hanno colto, non mi hanno compresa o, appunto, mi hanno fraintesa. Mi dispiace sempre un po’ lasciare le cose in sospeso ma ho capito che può andar bene anche così e che scavare troppo può far emergere ciò che non si vuole affiori. Nessuno può ergersi a giudice dei comportamenti altrui perché non sappiamo nulla delle vite degli altri: mi sono sforzata di non farlo mai e ho, sapientemente, questa volta sì, risparmiato inutili confronti, fedele all’obsoleta, ma verissima, affermazione che chi ci vuole nella propria vita trova il modo di spiegarsi. Se non lo fa, ha i suoi buoni motivi.

Mi sono scoperta più saggia e avveduta e ho arginato, a volte con fatica, la mia voglia di capire, di scavare, di scoprire. Imparo a vivere, come chiunque su questa terra.

Pubblicato in: In classe

Del rientro

La miglior accoglienza possibile sono i sorrisi, l’ascolto e l’attenzione. Questo vogliono i bambini, in questo credono e sperano. Arrivano un po’ stropicciati ma con quel lampo negli occhi: “Mae… sapessi…” sembrano dire. E raccontano episodi che sembrano banali ma che ai loro occhi sono sembrati eccezionali, unici, perché vissuti intensamente con le persone giuste per loro in quel momento. Momenti, sprazzi, immagini che sono rimasti lì, negli angoli della memoria. E noi ad ascoltarli, uno alla volta…

Si capisce molto della loro vita e dei loro vissuti ascoltandoli. Poi, piano piano…vogliono mostrarti, farti “vedere”. Disegnano, colorano per mostrarti i particolari. “Guarda mae, che bel granchio ho catturato!”. Lo confesso: nonostante i molti anni di esperienza non sono mai riuscita ad “attaccarmi” ai loro ricordi per tirarci su una lezioncina. Mi manca proprio la forza, il coraggio. Quel granchio lì, in quel momento, significa altro. Non è solo un animaletto arancione con le chele. Profuma ancora di estate, di mare, di ricordo. E i ricordi, si sa, non vanno ritoccati, smontati e sviscerati come in una sala operatoria. Mi sta mostrando il SUO granchio, quello bello bello che ha preso con papà dopo una strenua caccia.

“ Bellissimo Luca! Raccontami…poi l’hai liberato? “

“Sì mae. L’ho lasciato libero, poverino…”

“Anch’io lo avrei fatto, hai fatto bene”

Sorridono compiaciuti. Sono ascoltati, compresi, accolti. Va benissimo così.

Pubblicato in: In classe

Il ripudio della tristezza

Ci si inganna. L’inganno più doloroso è quello che facciamo a noi stessi quando vogliamo apparire allegri e positivi quando non lo siamo raccontandoci e raccontando mille bugie. Stare bene è un obbligo, ce lo dobbiamo ed essere tristi una “vergogna” da nascondere. La tristezza è dei deboli ed essere deboli, oggi, è talmente out che, addirittura, consigliano di evitarli accuratamente i “tristi”. Allegri e positivi: parole d’ordine. Non sento autenticità, quasi mai, nell’ ostentazione dell’allegria. E la tristezza… s’ha da nascondere perché è pallosa.

Ho imparato che dire sempre “tuttoapposto” funziona solo con chi ci conosce poco o non è interessato a noi.

Ho imparato che mi piacciono le persone che brancolano un po’, a volte tanto, e non esitano ad ammetterlo. Perché brancolare è da tutti, prima o poi. Come piangere. Non è da perdenti. È da vivi.

Pubblicato in: In classe

Gli ultimi

Le nostre scuole si stanno aprendo a realtà sempre più difficili. Bambini che sopravvivono a carenze affettive e materiali ai limiti della tollerabilità. Non solo manifestano ed “emanano” disagio. Loro SONO il disagio vero e incolmabile. Noi insegnanti proviamo ad accoglierli, inserirli: soli, sempre soli. Tutto è lasciato alle nostre capacità umane ed empatiche che, di anno in anno, vengono messe duramente alla prova. Non possiamo sfuggire anche se, a tratti, vorremmo farlo per la nostra salute emozionale. Sto sperimentando il senso biblico dell’espressione “gli ultimi”: bambini lasciati a loro stessi, senza guide, senza genitori, senza cure. Emarginati dentro e fuori. Crescono con una profonda sensazione di esclusione, di non-accettazione alternando momenti di aggressività e iperattività a momenti di chiusura e pianto. Queste sono le vere emergenze educative e credo sia profondamente ingiusto che non siano previsti interventi ed aiuti per la gestione di queste situazioni. Per loro e per noi. 

Pubblicato in: In classe

Andiamo ad incominciare

Litri di energia, kilometri di forza, un pizzico di magia, un sacchettino di entusiasmo, una manciata di buonsenso, un po’ (tanta!) pazienza. Ascoltarsi dentro e ascoltare fuori. Buona scuola a me, mamma e maestra slalomista che ogni anno si scapicolla giu’ dalla pista e non sa bene come, arriva sempre in fondo, spossata, senza fiato, spremuta come un limone. Come tante tra noi che, alla fine riescono ad arrivare al traguardo conciliando, sempre e con il sorriso, fatica e leggerezza. Un doppio lavoro importante, con un’altissima posta in gioco che non lascia spazio al fastidio della casa e dei cassetti in disordine e del sempre troppo poco tempo da dedicare a noi stesse. Quelle dei veri miracoli con il particolare super potere di far combaciare tutti i pezzi come in un puzzle gigante, senza mai negare aiuto e sostegno a chi lo chiede e, a volte, anche a chi non lo chiede che ne ha bisogno più degli altri. Buon anno scolastico a tutti noi che abbiamo già imparato un bel po’ di vita ma riusciamo ancora a trovare il modo di alleggerircela un po’ con la speranza che qualcosa cambi, che qualcosa migliori.
Buon anno scolastico ai miei “pezzettini” nuovi nuovi, a quelli già cresciuti e ai miei figli; li guardo e so che ne vale la pena. Nonostante tutto, aldilà di molto e oltre… 

Pubblicato in: In classe

La sedia vicino a me

Si chiama Ahmed. È in quarta dove io “dovrei” insegnare inglese. Scrivo “dovrei” perché, in realtà, di inglese riesco a farne pochino pochino. Cinque/sei alunni con problematiche complesse e diverse tra loro compromettono notevolmente il mio lavoro; per non parlare del fatto che insegnare una lingua in tre ore settimanali è una delle tante assurdità a cui ormai siamo abituati. Non ho soluzioni in tasca, ovviamente. Penso però che, quantomeno, un insegnante “dovrebbe”parlare fluentemente la lingua che insegna e non è così. Non nascondiamocelo. Forse sarebbe il caso di formare adeguatamente prevedendo anche, obbligatoriamente e gratuitamente (e qui è il problema!) soggiorni all’estero per i docenti? Forse occorrerebbe ripensare il curricolo e “spalmare” la lingua sulle diverse discipline? Non so bene come, l’ho detto, ma se in Italia non si imparano le lingue qualche domanda dovremmo porcela. Ho tentato di iscrivermi ad un corso sfruttando la carta docente: mi è stato richiesto il doppio della cifra a disposizione.
Torno ad Ahmed che c’è e non c’è: nel senso che si assenta per mesi perché torna in Marocco. Noi segnaliamo, scriviamo, convochiamo i genitori. Ma lui è tornato; è lì a scuola tra noi. È arrivato nella mia scuola in terza elementare senza saper scrivere neppure il suo nome. Non conosce lettere e numeri e, nonostante la predisposizione di interventi individualizzati, non si vedono grandi miglioramenti. Ha un probabile ritardo, ma noi non possiamo fare diagnosi e la famiglia non si rivolge all’Asl. Noi segnaliamo, scriviamo e convochiamo genitori e Ds ma…lui continua ad essere lì. In classe. Frustrato, perché ha capito di non riuscire a fare molto di più di un disegno, ben colorato, a dir la verità!. All’inizio disturbava molto facendo continui dispetti. Ora appare rassegnato e… triste. Io entro in classe solo per poche ore e lui è felice di vedermi. Ho provato a coinvolgerlo almeno con le canzoncine sperando in un senso del ritmo che..non ha. Nulla da fare. Non impara ne’ memorizza neppure quelle. Vuole solo stare seduto vicino a me: disegna, colora, mi prepara sorprese. Gli ho spiegato la procedura per fare una semplice barchetta con un foglio di carta ed ora mi riempie la borsa di barchette variopinte con variazioni sul tema: aggiunge”alberi”, vele e boe ma non le nomina neppure. Ne’ in italiano ne’ in inglese. Ora io devo valutarlo. Cosa scrivo? Relaziono le sue difficoltà, ribadisco le varie responsabilità, mi indigno quanto basta anche per le sue “incolpevoli” condizioni igieniche ma….lui è lì! Vicino a me e, raramente, mi sorride. Non vorrei mettergli un voto. Quindi? Nessuno risponde perché, si sa, la scuola la fa chi la vive non chi ne parla. I problemi veri bussano alla nostra porta e trascendono la scuola e i suoi sistemi. Cosa farà Ahmed che, a malapena, sa scrivere il suo nome? Che è già arrabbiatissimo con la vita? Che sente tutto il peso della sua diversità? E la scuola? Può “qualcosa” questa scuola?
O forse…questo mondo? Realtà lontane anni luce stanno emergendo con sempre maggior frequenza nelle nostre scuole e, come al solito, le uniche misure per affrontarle sono completamente demandate all’umanità, all’empatia e alla disponibilità dei singoli insegnanti. Tanto per non intaccare lo stereotipo che vuole l’insegnamento come una missione.
Ora mi si richiede di riempire una detestabile, assurda casella con un voto falso, falsissimo che mi offende per la mancanza di senso. Dare un senso alle azioni (tutte!) potrebbe essere un buon punto di partenza. E il prossimo anno quella sedia continuerà ad essere occupata, a tratti, da un bambino che ha solo pochissime consapevolezze: l’insegnante che lo accoglie e… le barchette colorate.